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RIFLESSIONI DI UNA MAMMA AD “ALTO CONTATTO”

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VERSIONE ITALIANA

RIFLESSIONI DI UNA MAMMA AD ALTO CONTATTO

Non si può essere pronti.
Per quanto tu sia solita ad avere tutto sotto controllo, questo non puoi prevederlo.
Ho avuto una gravidanza da sogno, ho traslocato il mese prima di partorire, dopo aver inscatolato tutto il contenuto della vecchia casa in un trasloco fai da te, ho smesso di lavorare il 20 gennaio con data presunta del parto il 30 gennaio.
Ho impiegato, pensavo proficuamente, quelle poche giornate in cui avrei potuto fare, finalmente, la donna incinta a svuotare quanti più scatoloni possibile nonché a guardare tutorial su YouTube (ahimè si) su come fare la mamma: su come cambiare il bimbo, come farlo smettere di piangere (tra l’altro abbiamo trovato un simpatico metodo promosso da un medico americano che 1 volta su 50 funzionava), su come allattare, su come non farsi venire le ragadi e anche la depressione post partum …
Ripetevo spesso a mio marito: sarà un bravo bambino, dormirà, non piangerà.
Non credo provassi a convincere lui, ma a rassicurare me.
Ho anche frequentato qualche lezione di un corso pre-parto che ha avuto il grande pregio di farmi conoscere un gruppo di mamme primipare in fieri come me.
Ho letto qualche libro, incamerato molte nozioni pronta ad utilizzarle non appena avessi conosciuto il nanetto.
Studiare è il mio forte, ho pensato di potermela cavare così.
Così quando il 28 gennaio la prima contrazione mi ha svegliato alle 7.30 ho pensato che fosse tutto sotto controllo.
Ho mandato Ale al lavoro, dicendogli che non era il caso che perdesse una giornata per così poco, visto che non avrei partorito prima di sera.
Quando poi alle 19.00, con le contrazioni ogni due minuti, gli operai che mi stavano montando la porta della doccia mi hanno detto di aver finito, mi sembrava davvero di avere tutto sotto controllo.
Una pulitina al bagno, una controllata alla valigia e via a partorire.
Ed ecco che tutto si confonde.
Lui nasce e tu pensi: “Oddio avevo davvero un bambino nella pancia!!”, ed inizi a chiederti a come farai a proteggerlo ora che non è più al sicuro dentro di te.
Solo 24 ore fa era al sicuro dentro la tua pancia, ora è circondato da un sacco di persone che vogliono toccarlo, prenderlo in braccio e gli respirano talmente vicino che arrivi a desiderare di essere un drago mangiateste per continuare a proteggerlo.
Per un momento pensi che non eri pronta, anzi, visto che piange disperato, non eravate pronti e vorresti tornare indietro, a quella quiete pre-nascita, ma non si può ed è lì che inizia il tuo viaggio di mamma.
L’ospedale dove ho partorito promuoveva quanto più contatto possibile tra mamma e bimbo: kangaroo therapy, allattamento al seno, rooming in …
L’ostetrica che mi ha visitato la prima sera, quando Ale era già andato a casa, mi ha consigliato di mettere il bimbo nel mio letto e di non lasciarlo da solo nella culla.
Ricordo di averle detto: “Ho paura di schiacciarlo!” E lei: “Mamma non temere, hai l’istinto materno!”.
Ecco, quella notte ho avuto modo di comprendere appieno il significato di quelle parole, mentre, con Mattia nel letto alla continua ricerca del seno, mi era impossibile chiudere occhio.
Ecco spiegato: l’istinto materno ti tiene sveglia.
No, Mattia mi tiene sveglia.
Ma poi è venuto il peggio.
Ha iniziato a piangere, urlava, urlava a squarcia gola, urlava così forte che potevo vedergli l’ugola muoversi avanti e indietro.
Solo dopo un’ora (madre ignorante) ho pensato di cambiarlo ed ecco che era sporco fino alle orecchie.
Ecco, sicuramente piangeva per questo.
Dopo averlo lavato e rivestito, sdraiato sul fasciatoio, urlava ancora e, se possibile, più forte.
Ricordo di avergli detto ridendo: “Scherzi, vero?”
Ma lui non rideva affatto.
Poi mi sono accorta che tenendolo in braccio si calmava, mentre non appena lo appoggiavo strillava con tutta la forza che aveva in quel corpicino di soli trechiliduecentoquaranta grammi.
Era ed è un bimbo c.d. ad alto contatto, ma io allora non ne sapevo nulla.
Avevo studiato il metodo E.A.S.Y., ero pronta ad applicarlo, di bambini che volevano solo stare in braccio alla mamma non ne avevo mai sentito parlare.
Ed è così che è iniziato il mio viaggio di mamma.
L’unico modo per farlo smettere di piangere era che io lo tenessi non solo vicino ma addosso a me.
Quando lo lasciavo in braccio al suo papà, solo per potermi fare una meritata doccia era una sofferenza per tutti, riuscivo a non sentirlo piangere solo con l’acqua aperta, cercavo di fare più in fretta possibile e provavo una grande pena.
Di giorno per riuscire a fare qualcosa in casa lo tenevo nella fascia, facevo il letto, stendevo, cucinavo e stiravo con lui nella fascia.
Il problema era che se si addormentava in movimento, continuava a dormire solo se continuavo a muovermi.
E allora quando arrivava l’ora di pranzo dovevo mangiare camminando avanti e indietro per il soggiorno.
Il tutto con lui appoggiato al seno, dolente per continui ingorghi.
Il pomeriggio, per farlo dormire, mi sedevo sul divano o nel letto e lo tenevo in braccio.
Appena lo mettevo nella culla si svegliava e strillava per ore.
Poi impiegavo almeno 3 ore per calmarlo.
Per questo lo tenevo in braccio.
Per non parlare di quando osavo pensare di uscire a passeggio.
Adagiato nella navicella, strillava così forte che la gente mi fermava per chiedermi cosa avesse e la maggior parte delle volte tornavo a casa correndo.
Per non parlare del fatto che con l’imbrunire iniziava a piangere: Coliche? Reflusso? Tristezza serale?
Non lo abbiamo mai capito, ma procedevamo a tentativi: massaggi, bagnetto rilassante, a volte sondino.
Quando finalmente arrivava il momento di dormire, mi mettevo seduta nel letto, lui sdraiato sul cuscino da allattamento (l’unico acquisto utile di tutto l’inutile shopping pre-nascita) e crollavamo entrambi.
I risvegli erano circa ogni due/tre ore.
Questo per i primi quattro mesi.
Poi sono venuti i mesi (l’estate) in cui di giorno dormiva solo in movimento, per cui facevo un sacco di km con lui nel passeggino.
Appena mi fermavo apriva gli occhi e protestava.
La notte andava meglio, si addormentava su di me (finalmente sdraiata) e poi lo facevo scivolare di fianco. I risvegli erano tanti e frequenti, però potevo riposare meglio.
Al di là della stanchezza fisica e psicologica, il nostro problema serio era l’addormentamento.
Quando era sveglio era alla continua ricerca di qualcosa che lo intrattenesse ed in continuo movimento.
Aveva costante bisogno di scaricare energia e, quando era stanco, combatteva strenuamente il sonno per non perdersi nulla di ciò che accadeva intorno a lui.
Ho capito che per addormentarsi aveva bisogno del buio e del silenzio, perché nonostante la stanchezza, tutto ciò che accadeva intorno a lui creava degli stimoli e gli impediva di abbandonarsi al sonno ristoratore.
E quando non dormiva diventava ingestibile.
Da qui l’impossibilità di frequentare luoghi pubblici nelle ore dei riposini, l’impossibilità di uscire a mangiare, invitare degli amici o andare a casa di amici.
Tuttavia, nonostante non facessi nessuna delle cose sopra elencate l’addormentamento restava comunque duro.
Ero sfinita, impiegavo circa 40/50 minuti per addormentarlo ogni volta: tre riposini al giorno: mattina, pomeriggio e pre-cena, nanna serale + 2/3 risvegli notturni.
Generalmente iniziava piangendo, con picchi di urla selvagge, si dimenava e lanciava il ciuccio.
Io lo cullavo, passeggiavo, cantavo, parlavo. Cercavo di non perdere la pazienza.
Poi chiudeva gli occhi, ciucciava forte il ciuccio ed emetteva un suono tipo lamento, a volte ricominciava a strillare e altre volte faceva un sospiro (e io con lui) e si addormentava.
Le cose sono migliorate significativamente verso i sette mesi, quando ha iniziato a gattonare, a stancarsi e scaricare energia.
Ha smesso di piangere per dormire dopo l’anno, quando ha iniziato ad esplorare il mondo sulle sue gambe.
Ora la nanna è un momento di gioia, quando vede che mi preparo per metterlo a letto salta sul letto e ride.
Ma tutto ciò che è passato nel mezzo per una donna può essere destabilizzante.
Difficile dire cosa mi passasse per la testa.
Ad essere onesta temevo mio figlio.
Facevo fatica a capire le ragioni del suo costante disappunto.
Sapevo che fare la mamma sarebbe stato difficile ma, in tutta onestà, non pensavo sarebbe stato così duro.
Non sono mai stata sola, eppure, al principio, nessuno è stato in grado di capire quanto fosse realmente dura.
Nessuno poteva aiutarmi.
Nessuno poteva alleggerire quel peso enorme che sentivo a causa della totale dipendenza di mio figlio da me.
Il lavoro più difficile è stato accettare di dover mettere i miei bisogni in stand-by per un po’, non le unghie o i capelli, ma le esigenze primarie, le più banali, persino quelle fisiologiche come fare pipì.
Nessuno poteva capire come mi sentissi se non alcune delle mamme del “gruppo” che erano neo mamme con me in quel momento.
Le donne, mamme di bambini più grandi, si ricordano solo le cose belle.
E così anch’io, ora che ripenso a quei momenti difficili, ho già la sensazione di averli vissuti troppo male.
Eppure non sono mai stata infelice, qualche legittimo momento di sconforto, ma nulla di più.
Un solo sorriso di Mattia (piangeva per dormire ma in tutti gli altri momenti era simpatico, solare e dolcissimo) era come aria pura per me e mi dava la forza per affrontare qualunque cosa.
Mamma e bambino sono fiamme che si alimentano a vicenda, la felicità dell’una dipende dalla felicità dell’altro.
Forse, a guardare indietro avrei (e avremmo come coppia) avuto bisogno di qualcuno vicino che ci avesse rassicurato sul fatto che quel periodo era passeggero e sarebbe finito presto.
Per questo ho deciso di condividere la mia esperienza con chiunque si ritrovi nella medesima situazione, rassicurandolo sul fatto che si tratta solo di un momento, una fase che non dura per sempre.
Gli direi di avere tutta la pazienza del mondo, di mettersi da parte ed essere forte; di coccolare il piccolo, lasciando stare la polvere, il letto e il bucato perché il sacrificio di qualche mese vale la crescita di un bambino sereno e sicurò di sé.
Non ascoltate i miei ma neppure i consigli di chi pensa di avere esperienza per il solo fatto di avere avuto dei figli perché mamme e bambini sono diversi tra loro e ogni esperienza è unica.
Non date alcun peso a chi dice che il vostro bambino sta in braccio perché lo avete viziato.
La tendenza è sempre quella di colpevolizzare la giovane mamma per scelte sbagliate ma la realtà è che vostro figlio sta in braccio perché solo così si sente sicuro sino al momento in cui si sentirà pronto e vorrà esplorare il mondo sulle sue gambe, senza neanche che gli teniate la mano.
E per chi fosse ancora in attesa, mi sento di dire di non preoccuparvi per il parto!
E’ una sofferenza finalizzata a dare la vita, dura poco e per un attimo ci si sente onnipotenti.
Avrete messo al mondo vostro figlio.
Nulla potrà darvi più gioia.
Preoccupatevi, più che altro, degli aspetti pratici del dopo, non sprecate soldi in culle, sdraiette e altre cose inutili.
Mettete via quei soldi e usateli per pagare una persona che venga ad aiutarvi il primo mese 1 o 2 ore al giorno.
Assicuratevi di aver qualcuno che vi porti da mangiare (o passate gli ultimi mesi della gravidanza a rifornire il congelatore).
Occupatevi solo di ciò che potete prevedere, non sapete come sarà vostro figlio, se dormirà nel suo lettino, se avrà le coliche o vorrà stare in braccio ma è certo che voi dovrete essere lì per lui e dovrete esserci con tutte voi stesse perché la sua felicità sarà una vostra responsabilità.
I mesi saranno duri ma passeranno veloci e di quella fatica resterà solo un vago ricordo (dovuto anche al fatto che dormirete poco o niente).
Ve lo assicuro.
Potrei anche pensare di farne un altro perché, come le donne di figli già grandi, nel tempo trascorso a scrivere questa riflessione, ho già dimenticato la fatica dei primi mesi di Mattia conservando solo i ricordi più belli.
Forse.

The Visitor Cooks

Daniela&Alessandro 2 italian foodies visiting cooking schools in the world to share their tradition and knowledge about real and authentic Italian food.

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