Bimbi Blog Viaggi

ENJOY THE CITY

Google+ Pinterest LinkedIn Tumblr

VERSIONE ITALIANA

ENJOY THE CITY

Questo l’augurio di una ragazza americana del New Jersey conosciuta sul volo che, lo scorso agosto, da San Diego, ci ha portato a New York, la City per eccellenza.
La terza visita a New York, la prima con Mattia, è iniziata prendendo un treno che, da l’aeroporto di Newark ci ha portato a Penn Station, la stazione di treni locali sulla 34esima, a fianco del Madison Square Garden.
L’ultima volta, nel 2011, il nostro hotel era proprio qui, per cui mi ricordo molto bene quanto fosse affollato l’ingresso pieno di persone che entravano ed uscivano ad ogni ora.
Ora, l’entrata posteriore della stazione è completamente transennata, presidiata dalle forze dell’ordine, così, invece dell’usuale fila di taxi, si viene accolti da una colonna di auto della polizia.
Saliti sul taxi per raggiungere l’hotel ho avuto la conferma dall’autista che si trattasse di misure di prevenzione ordinaria per via delle ragioni che tutti siamo in grado di immaginare.
Soggiornare a downtown si è rivelata un’ottima scelta, la zona è bella, frequentata da migliaia di impiegati che lavorano nei nuovi uffici del World Trade Center.
È un quartiere in continuo fermento, per via della ricostruzione post 11 settembre, per tradizione, da sempre, cuore finanziario della città.
New York vale sempre il viaggio, anche se, rispetto alle precedenti visite, abbiamo avuto la percezione, da un lato, del rischio percepito di attentati cui la città ha energicamente reagito, dall’altro, della difficoltà di vivere da turisti una città così vivace e caotica con un bambino di 18 mesi.
Sono stata per la prima volta a New York nel 2009 (Ale nel 1997, quando c’erano ancora le Twin Towers), quale ultima meta di un meraviglioso viaggio durato cinque settimane a zonzo tra l’East Coast e la West Coast, passando per lo Yellowstone National Park e Miami.
Un viaggio ispirato da una canzone e realizzato con un anno di risparmi, ad oggi, per noi, il viaggio, con la “V” maiuscola, che vi prometto di raccontarvi presto.
Proprio perché ultima tappa di un lungo viaggio, arrivati a New York, frenetica e rumorosa, eravamo stanchi (Ale, ai tempi, stava combattendo con un’ernia cervicale, causata da una frattura di una vertebra, che si era procurato praticando motocross) e avevamo voglia di tornare a casa, quindi non siamo riusciti a goderci appieno l’atmosfera e lo spirito di quella città.
Anche perché, avendo fatto il classico giro delle attrazioni turistiche, avevamo avuto poco tempo per gironzolare per la città.
Quella metropoli, però, ci aveva stregato.
Ricordo che, rientrati in Italia, eravamo ossessionati dall’idea di tornarci.
Le luci e la gente a Times Square, i grattacieli a perdita d’occhio, tra i quali riesci a scorgere qualche pezzo di cielo azzurro e che ti fanno camminare con il naso all’insù, i venditori di hot dog agli angoli delle strade, la gente in coda per entrare al “Late Show”, i locali sui tetti dei grattacieli, i mercatini di frutta e verdura dei produttori locali al Village o le passeggiate a Central Park, l’incessante flusso di gente sulla 5th, la 6th o la 7th in prossimità della 42nd a qualunque ora del giorno e della notte, i portieri in livrea davanti agli ingressi dei palazzi affacciati su Park Avenue, dai quali ti aspetti di veder uscire Charlotte da un momento all’altro, l’atmosfera rilassata di Brooklyn la domenica mattina (che ad essere onesti ricorda i Navigli a Milano) e le sagome dell’Empire State Building e del Chrysler nello Skyline che ti costringono a darti un pizzicotto per essere certo di essere realmente lì.
New York non si può spiegare, entra nel cuore, e fa costantemente desiderare di avere il privilegio di vederla ancora, e ancora, e ancora.
Così, dopo la prima volta nel 2009, in cui soggiornavamo in un hotel a Midtown a fianco del Carnegie Hall, nel 2011, desideravamo vivere la città da veri newyorkesi.
Ale ed io, con Polly, una gattina di 10 mesi adottata nell’ottobre del 2010 (dedicherò sicuramente un racconto al tema del viaggiare con gli animali) abbiamo affittato una casa ad Alphabet City, un quartiere di Manhattan confinante con l’East Village.
Appena arrivati in zona abbiamo pensato che sarebbe stato “molto fico” viverci; c’erano un sacco di ristoranti etnici, club con musica dal vivo e tavolini all’aperto.
Giunti al palazzo dove si trovava il nostro appartamento, l’entusiasmo è iniziato a svanire; il portone era fatiscente e c’era un gran puzza di pipì.
Salendo la ripida e buia scala per raggiungere l’appartamento, l’entusiasmo è svanito del tutto.
La casa era sporca in maniera inaccettabile; io ho sicuramente degli standards di pulizia elevati ma, in quel caso, avrei chiamato la disinfestazione.
Non ho nemmeno tirato fuori Polly dalla trasportino.
Vi basti pensare che sotto il letto c’erano la carta di un preservativo, delle calze e delle mutande sporche, il tutto, avvolto in enormi batufoli di polvere.
In cucina tutte le stoviglie erano ricoperte da una patina appiccicosa e il ventilatore, puntato sul letto, era ricoperto di unto e polvere per almeno due cm.
Così, alle 19 del nostro primo giorno da newyorkesi, vagavamo sulla settima all’altezza del Madison Square Garden con valige e Polly al seguito, senza sapere dove avremmo passato la notte.
Non sono una che si perde d’animo, ma trovare una stanza ad agosto a New York in un hotel che accetti gli animali, ad un prezzo ragionevole, non è stata una passeggiata.
Alle 21, finalmente, eravamo nella nostra stanza rimediata ad un Holiday Inn Express in di Chelsea sulla 34th.
Ad essere onesti questa brutta avventura non ha scalfito minimamente l’immagine perfetta che avevamo e avremo sempre di New York.
Quella settimana tra Manhattan, Brooklyn, Harlem e Staten Island ci ha regalato il nostro sogno.
Siamo stati travolti dal vivo entusiasmo di una messa Gospel, abbiamo preso un traghetto (gratuito) per Staten Island, siamo saliti in cima al Rockefeller Center (Top of The Rock) per poter fotografare l’Empire State Building e abbiamo gironzolato in bicicletta per Central Park tra scoiattoli e laghetti.
Abbiamo comprato la frutta e la verdura al mercato dei produttori locali di Union Square, ci siamo seduti sui gradini della Gran Central Terminal, a guardare tutta quella gente in costante movimento sotto l’orologio e siamo entrati nella Public Library.
Abbiamo cenato in tanti posti diversi e cercato di assorbire le energie sprigionate da quel posto.
Ho respirato ogni odore, non sempre piacevole e ho immagazzinato ogni immagine nella mente e nel cuore.
Ricordo di aver avuto la certezza di aver fatto tutto il possibile per godermi ogni singolo istante trascorso in quella città.
Purtroppo, una volta rientrati, il mal di New York si è fatto sentire presto, ma, quella volta, abbiamo dovuto aspettare ben 6 anni prima di poterci tornare.
Così, quando l’estate scorsa siamo atterrati al JFK sembravo una bambina il giorno di Natale.
Poi però, quando ho iniziato a guardarmi intorno, mi è sembrato di essermi trovata di fronte ad una città nuova e diversa.
Come se l’amore tra me e New York fosse improvvisamente finito.
L’intento del post che ho iniziato a scrivere sul taxi che ci portava all’aeroporto per rientrare in Italia, era proprio quello di parlarvi di una città che ha perso un po’ di autenticità, presa d’assalto da turisti, troppi turisti dell’era dei voli low cost; e lo dico senza alcun genere di snobbismo.
Di una città ossessionata dalla sicurezza (ci sono elicotteri che sorvolano la città giorno e notte), ma consapevole e al tempo stesso frustrata dall’impossibilità di controllare l’incessante flusso quotidiano di persone (con nostro estremo rammarico poco dopo aver buttato giù le prime impressioni a caldo c’è stato l’attentato del 31/10/2017).
Vi avrei voluto parlare di una città che sembra un cantiere a cielo aperto, dove la ripresa post crisi economica è evidente e rumorosa, ma in cui la linea della metropolitana continua ad essere calda, vecchia e sporca.
Avrei voluto scrivere che è una città troppo cara, soprattutto ora che l’euro ha perso la sua forza nei confronti del dollaro (all’epoca del viaggio del 2009 il cambio era a 1.7), dove per dormire decentemente devi spendere almeno 180 dollari e un hamburger in un pub costa almeno 20 dollari.
Volevo dirvi che ai newyorkesi preferiamo i Californiani e, agli americani in genere, gli inglesi.
Ma alla fine non vi dirò niente di tutto questo.
Perché, anche questa volta, il mal di New York è tornato.
Non è la città ad essere cambiata ma siamo cambiati noi e il nostro modo di vedere le cose.
Quando viaggi con un bambino così piccolo hai delle esigenze diverse e sono preferibili altre mete.
Però vi dirò che New York ci ha incantato e continua ad incantarci per cui, se trovate un’offerta ad un prezzo stracciato, andateci!
Ci sono tanti siti che consentono di fare delle ricerche ampie (il mio sito preferito è Skyscanner, dove potrete inserire solo la destinazione e cercare il mese più conveniente per andarci).
Prenotate un hotel in una zona centrale (se viaggiate con i bambini cercatelo con angolo cottura, spenderete un po’ di più ma vi salverà la vita, ad esempio per noi era impossibile uscire nuovamente per cena dopo aver trascorso tutto il giorno in giro).
Cercate di andarci, il prima possibile, perché al di là del fatto che sia cambiata o meno la nostra percezione della città, sembra che qualcosa stia cambiando per davvero.
E se volete davvero godervi la città (Enjoy the City, da qui il titolo del post) andateci prima di mettere su famiglia!
Noi ci siamo divertiti anche con un bambino piccolo, abbiamo girato tanti parchi, Mattia ha giocato con un sacco di bambini e ci siamo confrontati con i genitori d’oltreoceano.
E lui è stato bene!
Ha mangiato Cupcakes al Magnolia Bakery, Pizza da Joe’s, giocato al parco giochi in fondo a Bleecker Street, insieme ai figli di attori e modelle, ha fatto un pic-nic sul letto dell’hotel con mamma e papà mangiando i ravioli di Eataly, guardato Peppa Pig su un taxi newyorkese, fatto la spesa al Whole Foods di Williamsburg, mangiato Lobster Sandwich a Chealsea Market e dormito nel bel mezzo di Times Square, sul ponte di Brooklyn e in coda per entrare da Bape a Soho, dove, ovviamente eravamo tutti italiani.
Sicuramente non è il posto ideale per portare un bambino con meno di tre anni ma tre/quattro giorni sono fattibili.
Soprattutto in primavera/ estate.
E soprattutto se i genitori soffrono di una grave forma di Manhattanite.
New York è vicina ed affascinante e vale sempre, sempre il viaggio.

N.B. Appena ho finito di scrivere questo post mi è arrivato un sms di un portale specializzato in voli scontati ed errore fare che mi propone NY a 299 Euro. Chissà se riuscirò a non cedere.
Ovviamente siamo a disposizioni per consigli e aiuto nell’organizzazione del viaggio!

Central Park
View from Top of the Rock
View from Top of the Rock
Daniela and Polly in New York
Empire State Building
Fifth Avenue
Columbus Circle
Midtown
The Village
Ponte di Brooklyn
Times Square
Dani e Ale
Times Square by night
Times Square by day
Mattia at Bleecker Street Playground
Dani, Ale e Mattia sul Ponte di Brooklyn
Riding a Horse in New York City
Metropolitana di New York
The Visitor Cooks

Daniela&Alessandro 2 italian foodies visiting cooking schools in the world to share their tradition and knowledge about real and authentic Italian food.

Write A Comment